Nel dopoguerra le compagnie di navigazione italiane trasformarono i loro transatlantici in gallerie d’arte galleggianti. Sui ponti e nei saloni delle navi della società Italia, del Lloyd Triestino e della flotta Lauro lavorarono artisti come Lucio Fontana, Mario Sironi, Carlo Carrà, Massimo Campigli, Salvatore Fiume, Edina Altara, Gregorio Sciltian, Marcello Mascherini, Giò Pomodoro e Luciano Minguzzi. In questo sistema Federico Morgante entrò dalla porta dell’arredamento, chiamato con continuità per oltre un decennio da un solo committente: l’architetto arredatore Carlo Pouchain. È Pouchain la chiave per capire tutta la sua stagione navale.
Andrea Doria (1952)

Il primo incarico è anche il più celebre. L’Andrea Doria, la nave ammiraglia della rinascita marittima italiana, aveva quattro suite di gran lusso, e la Società Italia di Navigazione lasciò a quattro architetti, Carlo Pouchain, Giulio Minoletti, Gio Ponti e Nino Zoncada, mano libera nel concepirne una ciascuno, con gli artisti che ognuno preferiva. Pouchain chiamò Aldo Raimondi per le tarsie in radica delle pareti e Federico Morgante per la parete del salotto. Nelle suite accanto lavoravano Piero Fornasetti, che per Ponti ricoprì di segni zodiacali ogni superficie, e le pittrici Antonia Tommasini e Fede per Minoletti (Maurizio Eliseo, Andrea Doria. Cento uno viaggi, Hoepli, p. 127). La brochure pubblicitaria ufficiale della nave, ripresa dal «Corriere della Sera» in occasione di un anniversario del naufragio, cita tra le opere d’arte realizzate appositamente per il transatlantico quelle di Salvatore Fiume, Lucio Fontana, Edina Altara e Federico Morgante. Lo stesso elenco ritorna, più ampio, nella ricostruzione della nave pubblicata nel volume Naufragi curato da Marco Cuzzi: accanto al grande murale di Fiume, ai mosaici di Fontana e agli specchi di Altara compaiono l’affresco di Felicita Frai nella sala delle feste della classe cabina, le ceramiche di Fausto Melotti e Guido Gambone, gli arazzi di Michael Rachlis e le decorazioni di Federico Morgante ed Emanuele Luzzati. Felicita Frai sarà di nuovo accanto a Federico, undici anni dopo, sulla Guglielmo Marconi. L’Andrea Doria affondò il 26 luglio 1956 al largo di Nantucket, portando con sé tutto ciò che conteneva.
Guglielmo Marconi (1963)

La Guglielmo Marconi era una nave del Lloyd Triestino, destinata alla linea per l’Australia. Gli interni furono affidati a un gruppo numeroso di architetti arredatori, tra cui ancora Carlo Pouchain, Gustavo Pulitzer Finali e Umberto Nordio, e le opere d’arte a una squadra in gran parte legata a Trieste: Ugo Carà, Enzo Cogno, Felicita Frai, Tranquillo Marangoni, Marcello Mascherini, Nino Perizi, Dino Predonzani, Miela Rejna, Gianni Russian, Mario Sinisca e Federico Morgante. Le fotografie dell’archivio di famiglia documentano due ambienti della classe turistica.
Nella sala feste realizza un grande pannello dipinto su lastre d’acciaio, nove moduli montati su una parete curva. Il tema è ancora quello della Commedia dell’Arte, caro a Federico: un suonatore di mandolino in costume da Pierrot, due danzatrici, una coppia di maschere teatrali. Ma il linguaggio è un altro, quasi astratto, fatto di campiture spezzate e di inserti di materia granulosa e brillante che giocano con i riflessi del metallo. È l’opera più moderna che conosciamo di lui, ed è firmata in basso a destra «F. Morgante Roma». Un’istantanea a colori, scattata in studio prima della posa, è l’unica testimonianza della sua tavolozza: verdi acidi, viola, rosa, giallo e oro.
Una seconda fotografia mostra la sala soggiorno della stessa classe. La parete di fondo è occupata da un grande dipinto murale: archi di vegetazione che inquadrano, come da una loggia, la veduta di una città moderna fatta di volumi geometrici, tra colline e mare. La fotografia è conservata nell’archivio di Federico con il titolo della sala, ma l’opera non reca una firma visibile.

Angelina Lauro (1964–1966)

Nella ristrutturazione della nave, affidata interamente a Pouchain come unico architetto arredatore, Federico è tra gli artisti chiamati a lavorare agli interni. L’Angelina Lauro fu distrutta da un incendio nel porto di St. Thomas, nelle Isole Vergini, nel 1979.
Di quel lavoro resta una traccia inattesa: la copertina del menu di bordo, che riproduce a colori un suo paesaggio con il nome dell’autore e il titolo, «Dall’alba al tramonto». È l’unico titolo che conosciamo per un’opera navale di Federico, e il segno che la compagnia lo presentava ai passeggeri come uno degli artisti della nave. Il dipinto, di cui la copertina mostra forse solo una parte, appartiene al registro del vedutismo settecentesco: alberi mossi in primo piano dai fogliami arancio, azzurri e verdi, una pianura attraversata da un fiume, un rilievo all’orizzonte sotto un cielo di nuvole.

Achille Lauro (1965–1966)

Anche sulla Achille Lauro, la più famosa delle navi della flotta napoletana, il nome di Federico compare nell’elenco degli artisti, accanto a quelli di Massimo Campigli, Carlo Carrà, Pio e Silvio Eroli, Salvatore Fiume, Sigfrido Maovaz, Marcello Mascherini, Mathieu Matégot, Luigi Mazzella, Luciano Minguzzi, Giò Pomodoro, Gregorio Sciltian, Mario Sinisca, Mario Sironi e Piero Zuffi. Tra questi, Sciltian è lo stesso pittore che firmò le tele del battistero della Basilica del Sacro Cuore a piazza Euclide, dove Federico affrescò la Cappella del Santissimo.
Una fotografia a colori, l’unica immagine che conosciamo del suo lavoro a bordo, mostra uno dei suoi pannelli montato nel rivestimento di una parete. È una scena di sottobosco: una volpe che sbuca tra le felci, un grosso uccello dalla coda a ventaglio che scende da un ramo, la luce che filtra tra i tronchi in una tavolozza di verdi, ocra e gialli. Lontano dalle maschere e dalle architetture dipinte, Federico qui sceglie una pittura naturalistica di pennellata rapida e libera. Il pannello è firmato in basso a destra «F. Morgante Roma», come quello della Guglielmo Marconi.

Raffaello
Tra le carte di famiglia si conserva un bozzetto approvato per la turbonave Raffaello. Non sappiamo ancora se il lavoro sia stato poi eseguito.
Delle decorazioni navali di Federico non resta quasi nulla: le navi sono affondate, bruciate o finite in demolizione. Restano i bozzetti, alcune fotografie e le tempere preparatorie che lui stesso regalava agli amici. Una fotografia scattata nello studio di via Margutta intorno al 1955 lo mostra davanti al cavalletto con un cartone di strumenti nautici, carte arrotolate e una veduta di città: la riproduciamo più sotto, accanto alla porta per Cristoforo Colombo.
Navi da identificare
Nell’archivio di famiglia si conserva un gruppo di fotografie di lavori eseguiti da Federico a bordo di navi negli anni Sessanta, senza alcuna indicazione su quali fossero. Le pubblichiamo qui con le ipotesi che suggeriscono. Se riconoscete uno di questi ambienti, scriveteci.
Una porta per Cristoforo Colombo
Le due ante rosse di questa porta raccontano un viaggio preciso. In alto, una veduta di Genova con la scritta «Genvae» e una flotta di caravelle davanti a una costa; al centro, gli stemmi liguri accanto al castello e al leone di Castiglia e León, le corone che finanziarono la prima traversata; in basso, una clessidra, una rosa dei venti, compassi e una carta con le scritte «Oceanus Occidentalis» e «Terra incognita». È l’iconografia di Cristoforo Colombo, ed è quindi possibile, anche se non documentato, che la porta si trovasse a bordo della motonave Cristoforo Colombo, che una fonte del 2010 include tra le navi decorate da Federico.



Un indizio in più viene da una fotografia scattata nello studio di via Margutta intorno al 1955. Sul cavalletto c’è un grande cartone della stessa famiglia iconografica dei riquadri della porta: un anello graduato simile a un quadrante, carte arrotolate, un foglio con una veduta di città. La datazione è compatibile con l’entrata in servizio della Cristoforo Colombo, nel 1954. Non è una prova, ma è un’ipotesi che le immagini, messe vicine, rendono più concreta.

Un paesaggio e quattro scoiattoli
Una sala da pranzo è dominata da un panorama lunghissimo: alberi dai fogliami arancio, rosa e verdi, una pianura aperta e un rilievo all’orizzonte. La tavolozza e l’impianto sono quelli del paesaggio riprodotto sulla copertina del menu dell’Angelina Lauro, «Dall’alba al tramonto», e non è escluso che si tratti della stessa opera. Le plafoniere rotonde del soffitto sono identiche a quelle di una scala decorata con quattro pannelli verticali di scoiattoli e pappagalli tra il fogliame, che potrebbero quindi appartenere alla stessa nave.






Bambù e canne
In un’altra sala da pranzo, sulle pareti di fondo, si alternano pannelli dorati con bambù, canne e vegetazione. Le fotografie in bianco e nero dei singoli pannelli, scattate prima della posa, mostrano un disegno fitto e nervoso; uno è firmato «F. Morgante Roma», un altro porta il numero «1», segno che facevano parte di una serie.




Fondali marini (aprile 1963)
Un’ultima fotografia a colori, datata aprile 1963, mostra due pannelli verticali dedicati al mare: da una parte meduse, pesci e un ramo di corallo rosso su un fondo d’acqua striato, dall’altra cavallucci marini e conchiglie su un fondo sabbioso a rilievo. La data coincide con l’anno della Guglielmo Marconi, ma non ci sono elementi sufficienti per attribuirli a quella nave.


