Federico Morgante è stato prima di tutto un pittore di pareti. La sua opera più importante non sta appesa in un museo ma dentro palazzi, ville e chiese, spesso senza una firma che la renda riconoscibile a chi passa. Questa pagina raccoglie i cantieri documentati o attestati da testimonianze concordanti, in ordine cronologico.
Villa d’Ayala Valva, provincia di Salerno (anni Venti)
È il cantiere più antico che conosciamo, ed è emerso soltanto dalle fotografie dell’archivio di famiglia. Federico, giovanissimo, posa davanti agli affreschi in corso d’opera in un ambiente con volta a crociera in mattoni. Si riconoscono un fregio di animali stilizzati in silhouette nera, tori, cervi e leoni su fondo chiaro chiuso da bordi geometrici, e un San Giorgio a cavallo che uccide il drago, sotto il quale corre un cartiglio con l’iscrizione «NOSTRIS SVCCEDE». Dall’altra parte dell’arco la scritta prosegue, e la frase completa è con ogni probabilità «Nostris succede penatibus hospes», il verso dell’Eneide (VIII, 123) con cui Pallante accoglie Enea: entra, ospite, nella nostra casa. Un motto d’ingresso, adatto a un vestibolo. Le pitture sono ancora visibili nella villa: il luogo è stato identificato confrontando le fotografie d’epoca con un’immagine recente della lunetta scattata da Marco de Maio. Committenza ed estensione dell’intervento restano da ricostruire.

Palazzo Brasini, via Flaminia, Roma
La residenza dell’architetto Armando Brasini è il luogo in cui il rapporto tra i due si vede meglio. Secondo la testimonianza di Bruno Brondi, fu probabilmente qui, prima della guerra, che suo padre Mario cominciò a lavorare con Federico, e qui la collaborazione riprese intorno al 1954. In uno dei saloni Federico dipinse una folla di figure tra le quali, ricorda Brondi, c’era anche un suo autoritratto: quello del «Professore», come lo chiamavano i suoi lavoranti. Mario Brondi dipinse la scala che portava agli uffici, e all’aperto Federico dipinse un’edicola con la Madonna, quella del celebre mantello giallo. La residenza, che a Ponte Milvio tutti chiamano il «castellaccio», è in realtà formata da due edifici: Villa Flaminia, verso la via Cassia, costruita tra il 1920 e il 1925 nel segno del barocco, e Villa Augusta, su via Flaminia, l’ampliamento costruito tra il 1932 e il 1935 e intitolato alla moglie dell’architetto. Alcune delle sale decorate sono oggi usate per eventi: resta da verificare se tra queste sopravviva il salone dipinto da Federico.
Le porte delle maschere
Le fotografie d’archivio, databili intorno al 1958, documentano un altro intervento nella villa: una serie di porte dipinte con le maschere della Commedia dell’Arte. Ogni anta è trattata come un piccolo palcoscenico, con un sipario a festoni in alto, le quinte ai lati e una siepe con una balaustra in basso. Al centro, a figura intera, stanno le maschere: Pantalone, con alle spalle Venezia, il campanile di San Marco e la colonna con il leone; Pulcinella, davanti a un fondale di case; Arlecchino che si inchina con il cappello in mano; Pierrot che suona il mandolino. Dietro ciascuno si intravedono scene di carnevale in miniatura. La coppia di ante con Pantalone e Pulcinella è firmata «F. Morgante» su entrambi i battenti. Per quanto ne sappiamo, le porte oggi non esistono più e restano solo queste immagini.


Fotografie d’epoca, circa 1958, fotografo non identificato. Archivio famiglia Morgante.
Chiesa della Gran Madre di Dio, Ponte Milvio, Roma
Nella chiesa della Gran Madre di Dio, a pochi passi da Ponte Milvio, Federico affrescò il catino absidale: la calotta che sovrasta l’abside semicircolare, sopra le cinque finestre ad arco e la cornice con l’iscrizione «Sancta Maria Mater Dei ora pro nobis». Secondo il sito della parrocchia l’affresco fu realizzato «nel corso degli anni», quindi in un momento successivo alla costruzione della chiesa. L’attribuzione è riportata dalle fonti sulla chiesa ed è confermata, in modo indipendente, dai ricordi di Bruno Brondi e di Paolo Morgante. Bruno Brondi, entrato nella squadra intorno al 1956, ricorda di avervi lavorato con Federico: l’affresco è quindi con ogni probabilità della seconda metà degli anni Cinquanta o di poco successivo, anche se una data precisa ancora manca.
Villa Miani, Monte Mario, Roma (1949 – fine anni Cinquanta)
Il cantiere più lungo e più ambizioso della sua carriera: circa dieci anni di lavoro, dal 1949 alla fine degli anni Cinquanta, per la contessa proprietaria della villa. Dal 1936 la villa apparteneva alla Società Anonima Ville Panoramiche, il cui amministratore unico, il conte Luigi Miani, le diede il nome: la committente era quindi con ogni probabilità una contessa della famiglia Miani, ma la sua identità resta da accertare. Federico dipinse l’ingresso, il salone, le porte, una galleria, il bagno privato della contessa e l’uccelliera. Di tutto questo oggi resta soltanto l’uccelliera. Il resto lo conosciamo grazie alle fotografie scattate al termine dei lavori da un fotografo che collaborava con Federico, di cui non conosciamo il nome, e conservate nell’archivio di famiglia. Un servizio pubblicato nel 2015 dalla rivista «Meeting & Congressi» attribuisce a Federico le «volte floreali» dei saloni della villa: per quanto ci risulta l’uccelliera è l’unico ambiente dipinto superstite, ed è probabilmente a quella che l’articolo si riferisce.
L’uccelliera
È un ambiente dipinto per intero, pareti e volta, come un pergolato fittissimo: foglie di vite grigio-argento lumeggiate d’oro, canne di bambù dorate, grappoli rosso mattone e decine di uccelli dai colori accesi, fagiani, pappagalli, uccellini posati sui tralci, tutto su fondo nero. Nelle nicchie compaiono statue classiche dipinte a trompe-l’oeil; in alto la volta si apre in un velario rosa a forma di conchiglia. L’opera è firmata due volte: sul cartiglio che si srotola accanto a un uccellino, «F. Morgante 1949», e sul basamento di una delle statue, dove nome e anno imitano un’incisione nella pietra. È la prima firma datata che si conosca su un’opera murale di Federico.
Le fotografie d’epoca e quelle scattate dalla famiglia nel 2020 permettono di guardare la stessa parete a settant’anni di distanza: in bianco e nero appena finita, a colori com’è oggi.

















Gli ambienti perduti
Le fotografie d’epoca restituiscono il resto del cantiere. Nell’ingresso, colonne, festoni d’edera, medaglioni e cornici dipinte trasformavano le pareti in un’architettura immaginaria, e drappi dipinti a trompe-l’oeil, con maschere teatrali e vasi greci, si confondevano con gli arredi veri. Le porte in legno erano decorate con grandi girali d’acanto, e su una parete Federico dipinse un ampio paesaggio con un borgo turrito sullo sfondo e, in basso, quasi nascosta, la brigata di Don Chisciotte. Altri ambienti, come una galleria di edera verde e oro e il bagno privato della contessa, dipinto nei toni del nero con animali esotici tra il fogliame, sono scomparsi senza lasciare, finora, immagini.







Palazzo Emo Vecchiarelli, via dei Coronari, Roma (1954–1956 circa)
Il palazzo cinquecentesco di via Vecchiarelli, con la sua celebre altana, era stato acquistato nel 1947 dal conte Andrea Emo Capodilista e dalla moglie Giuseppina Pignatelli di Monteroduni, che lo riportarono «dallo stato di abbandono alla sua forma antica» con l’aiuto dell’amico ingegnere Carlo Forti, come ricorda una lapide nell’edificio. Per la principessa Federico dipinse due grandi tempere su tela applicata su legno, di 174 per 154 e 174 per 274 centimetri: rovine romane immerse in un paesaggio bucolico, nel gusto del vedutismo settecentesco. Il lavoro nel palazzo non si fermò alle tele. Bruno Brondi, che proprio qui conobbe Federico da ragazzo, intorno al 1956, quando con il padre partecipò al rifacimento delle pitture della palazzina appena restaurata, ricorda che la squadra dipinse anche una fascia decorativa di panneggi su un soffitto a cassettoni, e che il Professore fece rifare tutto a suo padre perché un panneggio d’angolo era venuto più stretto degli altri. Nelle fotografie delle tele si riconoscono alberi altissimi che fanno da quinta, una cascata, un ponte ad arco e, su uno sperone di roccia, un tempietto rotondo che ricorda il tempio della Sibilla a Tivoli, motivo prediletto dai paesaggisti del Settecento. Le tele rimasero nel palazzo fino al 2001. All’inizio del 2023 risultavano in vendita online da un privato, che le presentava come opere del «Professor Federico Morgante»; da allora se ne sono perse le tracce. Se sapete dove si trovano oggi, scriveteci.
Basilica del Sacro Cuore Immacolato di Maria, piazza Euclide, Roma (1960)
La basilica di piazza Euclide è uno dei progetti più noti di Brasini, costruito tra il 1923 e il 1954, senza la grande cupola che l’architetto aveva previsto e che non fu mai realizzata per mancanza di fondi. Federico ne affrescò la Cappella del Santissimo, la seconda a destra, inaugurata il 24 giugno 1960; la decorazione della cappella fu curata dallo stesso Brasini. È un ambiente ottagonale in cui pittura, bronzo, marmi policromi e mosaico lavorano insieme: secondo il sito della parrocchia l’altare fu realizzato dalla Henraux, il mosaico dalla Scuola Vaticana, le pitture da Federico. In alto, sopra l’arco dell’altare, due angeli che reggono una fiamma affiancano una raggiera con l’iscrizione «Ignis ardens».
Una birreria a piazza Santi Apostoli, Roma (inizio anni Settanta)
L’ultimo lavoro murale di cui abbiamo notizia è un affresco con le fasi della lavorazione della birra, eseguito intorno al 1973 in un locale di piazza Santi Apostoli. Lo ricorda Bruno Brondi, che lavorò con Federico fino a quell’anno. Non sappiamo ancora se il locale e l’affresco esistano tuttora.





