Il mestiere

Federico Morgante dipingeva quasi esclusivamente a tempera. Riservava l’olio a poche tavole e tele da cavalletto; per tutto il resto, pareti, pannelli, bozzetti, la sua tecnica era la tempera a colori in polvere, preparata secondo ricette proprie.

Quelle ricette circolavano tra i pittori romani come un piccolo tesoro di bottega. Il pittore Piero Pierozzi (1922–2010), che frequentava la Mostra di via Margutta e andava spesso a trovare Federico nello studio al numero 33, se le fece dettare e le annotò su un foglio che conservò con cura per tutta la vita. Su un altro foglio trascrisse la tecnica del graffito, sempre come gliel’aveva spiegata Federico. Il figlio di Piero, Bruno Pierozzi, maestro d’arte in decorazione pittorica, ha pubblicato due di queste ricette nel suo manuale La vera pittura a tempera (2011) e continua a usarle nel proprio lavoro. Mezzo secolo dopo, il mestiere di Federico è ancora in circolazione nelle mani di qualcun altro, che è probabilmente il modo in cui lui avrebbe voluto essere ricordato.

Ecco le ricette come Piero Pierozzi le annotò, numerate, sotto dettatura di Federico:

  1. Solvente: birra. Preparazione della tela con colla di coniglio e «bianco Medò» (bianco di Meudon) o gesso.
  2. Chiara d’uovo, aceto, un cucchiaino di zucchero.
  3. Chiara o rosso d’uovo battuto con aceto, un cucchiaino di miele.
  4. Un rosso d’uovo, un cucchiaino di glicerina, uno di olio di lino crudo, uno di zucchero (o miele).

«Tutte per colori in polvere», conclude il foglio. In basso, a matita e con un’altra grafia, qualcuno ha aggiunto: «Ricetta del pittore Morgante».

Nel suo manuale Bruno Pierozzi ha trascritto la seconda e la terza ricetta con il nome di Federico, sciogliendo le dosi che il foglio lascia implicite. La tempera all’albume e aceto si prepara battendo la chiara con un cucchiaino di zucchero, lasciandola riposare, togliendo la schiuma e aggiungendo un cucchiaino di aceto. Nella seconda, quella che il foglio indica come «chiara o rosso d’uovo», Bruno usa l’uovo intero, battuto con un cucchiaio di aceto e un cucchiaino di miele. Nei ringraziamenti ricorda che le ricette furono date da Federico al padre, che le annotò sul foglio conservato nel suo quaderno di appunti sulle tecniche. Il manuale si può leggere anche online, nella versione pubblicata nel 2011 sul blog La bottega del pittore.

Foglio manoscritto a penna blu con quattro ricette numerate per la tempera e l'annotazione a matita Ricetta del pittore Morgante
Il foglio di Piero Pierozzi con le ricette di tempera di Federico Morgante. Collezione Bruno Pierozzi

Il lavoro in cantiere era un lavoro di squadra. Accanto a Federico ci fu per decenni Mario Brondi, poi i suoi figli. Bruno Brondi, il più vicino a Federico, lavorò con lui fino al 1973 e lo assisteva anche in studio, preparando le tavolozze e pulendo i pennelli. Le fotografie di cantiere mostrano spesso Federico in mezzo alla sua squadra, uno tra tanti, non davanti.

Il restauro

Federico fu anche un restauratore di grande abilità, attività che condivise con l’amico Amleto De Santis (1908–1980), pittore e restauratore, che nel dopoguerra fu assistente di Mario Modestini nel gabinetto di restauro dello Studio d’Arte Palma, l’impresa aperta da Pietro Maria Bardi in piazza Augusto Imperatore nel 1944. Le fotografie di famiglia documentano un suo intervento su un’Adorazione dei Magi di scuola di Salvator Rosa, della seconda metà del Seicento, nota in famiglia come «la Natività». Il dipinto arrivò nello studio in condizioni disastrose: oltre metà della superficie, soprattutto la parte destra con la Madonna, il Bambino e i re inginocchiati, era ridotta a un reticolo di lacune e di colore sollevato a scaglie. Federico lo restituì alla leggibilità con una reintegrazione pittorica che, nella fotografia successiva al restauro, non si riesce a distinguere dall’originale: il corteo con i cammelli e i cavalli, il re moro, il paggio, il cane, gli spettatori affacciati dalle rovine.

Fotografia in bianco e nero di un dipinto gravemente danneggiato, coperto di lacune e cadute di colore
Prima del restauro
Lo stesso dipinto dopo il restauro: l'Adorazione dei Magi con la Madonna e il Bambino, i re, cavalli e cammelli tra rovine classiche
Dopo l’intervento di Federico

Adorazione dei Magi, scuola di Salvator Rosa, seconda metà del XVII secolo, prima e dopo il restauro. Fotografie dell’archivio di famiglia.

La Sala dei Putti di Palazzo Della Valle

Un secondo gruppo di fotografie documenta un restauro di tutt’altra scala: la Sala dei Putti di Palazzo Della Valle, in corso Vittorio Emanuele II a Roma. Il palazzo fu costruito a partire dal 1508 per il cardinale Andrea Della Valle, e le decorazioni del salone principale, con il soffitto a cassettoni e rosoni e le pareti affrescate, sono state attribuite alla scuola di Giulio Romano o a Raffaellino del Colle. Sotto il soffitto corre un fregio di putti, alati e no, che reggono festoni di frutta e fiori; su una delle pareti corte due di loro sostengono uno stemma cardinalizio sormontato dal cappello con i fiocchi.

Le fotografie scattate all’inizio del lavoro mostrano un cantiere aperto, con tavole, barattoli e attrezzi sul banco, e un fregio ridotto a frammenti: in ampi tratti l’intonaco dipinto era caduto o dilavato e lasciava vedere il muro. Quelle scattate alla fine mostrano il ciclo ricomposto da un capo all’altro. Non conosciamo la data dell’intervento. Dal 1948 il palazzo è sede della Confederazione Generale dell’Agricoltura, ed è probabile che il restauro risalga alla risistemazione di quegli anni, nel dopoguerra.